“Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere” è la frase cruciale de “L’infinito viaggiare” di Magris, che tratta il tema del confine. Egli definisce il tema della parola “viaggio” che corrisponde con l’andare dall’altra parte, scoprire il legame che si ha con una nuova terra, magari mai esplorata. Il letterato ha la possibilità di ricordare il suo viaggio verso una terra vicina, che divideva il mondo in due, una nuova frontiera al di là della quale si sarebbe imbattuto nello sconosciuto e contemporaneamente nel noto. Ogni viaggio preannuncia dunque un innegabile contrasto tra il misterioso e il familiare e il piacere di perdersi nel mondo. La frontiera investe ogni sfera sociale e culturale. Per antonomasia le frontiere costituiscono il limen, il confine tra due terre, il limite tra due mondi diversi, l’eterna distinzione tra ciò che si conosce e ciò che si ignora. Magris ricorda il suo viaggio verso la Jugoslavia, quella frontiera che era invalicabile, perché quelle terre erano state Italia, erano state un elemento della sua esistenza, un ricordo, un paesaggio, una cultura che aveva conosciuto, erano qualcosa di vicino a quel ragazzo che aveva provato a ricordare cosa si trovasse al di là di ciò che divideva il mondo in due. L’attraversamento della frontiera era un viaggio verso la terra di un altro, era il piacere di scoprire ogni angolo, visto con occhi diversi da quelli di chi li vive lì, di chi è nato lì. Intraprendere un viaggio è toccare la riva opposta, che a volte non si può raggiungere. Tra le parole “si ritrova la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo” sono nascosti la speranza di abbattere una barriera e la voglia di costruire  un ponte che occupi l’intera superficie del globo terrestre, perché il rispetto di un uomo che non è figlio della stessa madre ma della stessa terra va oltre i confini territoriali di una nazione, stronca ogni sentimento di razzismo e rafforza il principio di uguaglianza tra tutti coloro che vivono sotto lo stesso cielo, abbatte le barriere, attraversa le frontiere, naviga mari e oceani, come quello che ha attraversato la figura mitologica Europa su un toro bianco, il dio di tutti gli dei, che l’ha condotta dalla Fenicia al simbolo della fraternità tra i popoli, la nostra Europa, continente che oggi, nel tempo del dubbio, tenta di proteggere senza essere protezionista. Creta è stata la meta del primo viaggio verso l’El Dorado. Da lì è partito tutto, da un trasferimento in mare verso la terra della civiltà agli interminabili viaggi della speranza. Omero narra le gesta di uno dei più grandi esploratori del Mar Mediterraneo, Ulisse, e Sciascia ne “Il lungo viaggio” racconta le imprese di una famiglia siciliana, diretta a Ellis Island per fare fortuna ma che approda dopo lunghi giorni di viaggio sulla spiaggia di Scoglitti. Le migrazioni e l’integrazione hanno sempre riguardato il mare e si trova al centro del mondo, che per secoli era stato la civiltà, oggi quel mare è sede delle più grandi stragi, forse quelle più ingiuste, dato che interessano le vite di esseri umani che tremano al pensiero del loro futuro e che sognano di raggiungere un luogo che nelle cartine geografiche non è altro che un pallino indifferente ai continenti: Lampedusa, un’isola deserta. Tutte le isole, e in particolare quelle poco abitate, sono disseminate sul mare, emergono improvvisamente. Sono forme di cui si possono cogliere i contorni, che si possono contenere in un solo gesto, è un spazio chiuso che impone i suoi confini. Le isole operano come riserve, catturano storie e danno riparo agli uomini sin dalla creazione del primo poema. Danno asilo a tutte le anime che la terra ha sempre gettato in mare.