“… È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare la periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per fare manutenzione. Ma sono proprio le periferie le città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli…”. Le parole di Renzo Piano risuonano nel quartiere di Scampia, riecheggiano nei quartieri di Napoli, attraversano le pareti delle case popolari, invadono ogni area periferica, rimbombano nel cuore e nei polmoni di giovani napoletani che vedono nel futuro la certezza del fallimento. Renzo Piano vede da anni la possibilità di riscatto nelle periferie delle città, in cui divampano la malavita, l’illegalità, la criminalità organizzata, oggi alimentate dall’aumento della disoccupazione e dalla crisi economica. Nella storia i quartieri periferici sono stati la sede del degrado sociale e il noto architetto italiano ha percepito nelle maglie di Hamsik, nei palloni da calcio sgonfi, nei panni stesi il desiderio di conquista tipico del giovane napoletano che ama la sua città e spera di vederla risplendere come un tempo. Napoli e l’Italia necessitano di un intervento da parte dell’Europa, tanto attenta ai valori del PIL, dei BTP e dello SPREAD. Il PIL, come diceva Bob Kennedy, non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Bob Kennedy aveva screditato il rigore e la crescita economica, aveva già capito che il mondo non aveva bisogno di anime orfane di un futuro certo. Scampia e le altre periferie d’Italia sono costantemente intimidite da dati statistici. Renzo Piano crede che le periferie siano la scommessa urbana e la rivoluzione edile dei prossimi decenni, siano il risultano della fiducia verso la classe politica a causa della quale durante l’era dell’Euro e non dell’Europa siamo cresciuti con l’idea dell’imperturbabilità dei burocrati, cari alle statistiche e lontani dagli occhi gonfi di tristezza di un bambino che non ha più una casa perché “la banca gliel’ha tolta”. La sfida da intraprendere è dunque culturale, si fonda sulla forza del paese più bello e fortunato del mondo, sulla ricrescita, sulla speranza del napoletano di Scampia, sulla potenza del Made in Italy, sul welfare, sulla voglia di intervenire, ricostruire e ridare vita ad Amatrice e Accumoli e soprattutto sul bisogno di bellezza senza aver paura del futuro.

B.